Bimbi in viaggio

Mi attirerò l’ira di molti, ma io ho le mie idee sui bimbi in viaggio che spesso sono vittime dell’egoismo dei loro genitori.
Perché costringerli a weekend massacranti, con spostamenti continui se, magari, soffrono la macchina? L’alibi, di solito, è che cambiano aria visto che vivono in città caotiche e inquinate.
Forse è sufficiente portarli al parco a giocare a palla, dico io…
Ma quello che mi irrita di più, sono i viaggi in aereo.
Si sa che i bimbi sotto ai due anni non pagano il posto se non lo occupano e questo scatena il genitore. Allora si parte, facendo un sacco di ore di volo senza considerare tutto il disagio.
Il bambino è costretto a stare legato con una cintura che lo assicura a quella del genitore, limitandogli quella libertà che, per lui, è fondamentale.
Allora sono urli e strilli!
Appena si spegne la lucina delle cinture che indica che si possono slacciare, il genitore premuroso comincia a percorrere il corridoio con il bimbo che, finalmente libero, pensa di essere al parco (ma si sa, lui è piccolo e ha bisogno di correre), intralciando chi vuole recarsi alla toilette o le hostess col carrellino.
Ce ne fosse uno solo potremmo tollerarlo, ma in genere sono un certo numero.
Poi c’è il problema di scaldare il biberon e allora le mamme cominciano il pellegrinaggio alla cucinetta per farselo riscaldare.
Poi  ancora il bimbo dovrà dormire, ma dato che il posto al seggiolino è scarso la mamma si recherà col bimbo, che di dormire non ha affatto voglia, davanti alla porta di uscita perché c’è più spazio…non una mamma ma due o tre…
Ora, io spesso cerco di prendere il posto davanti, anche pagandolo di piu per avere tranquillità,  mi trovo in una specie di nursery caotica e noiosa.
Mi chiedo se sia proprio necessario andare in Messico o a Cuba se il bimbo ha poco più di un anno.
Non si può optare per soluzioni alternative?
Magari un viaggio in auto non troppo lungo?
Messico e Cuba saranno li anche l’anno venturo…

Bristol, Liverpool, Manchester

CIMG1307 CIMG1346CIMG1407

Queste tre città, che ho incluso nel mio tour, sono le classiche città di cui, di solito, si dice non ci sia nulla da vedere.
Ovviamente non è vero.
Bristol e Liverpool vantano un passato di grandi città portuali, attività non  più attuale.
Queste due città hanno saputo ripartire, dopo gli ingenti danni della seconda guerra mondiale, come grande polo universitario e città industriale attiva nelle nuove tecnologie la prima, e polo culturale la seconda, con la ristrutturazione dei Docks, sede di musei e gallerie importanti come la Tate Modern ed il Museo Marittimo, tanto da aggiudicarsi l’iscrizione ai siti Unesco nel 2004 e il titolo di città della cultura del 2008.
Bristol ha anche un grazioso centro storico con edifici georgiani, una cattedrale gotica e, di grandissimo impatto visivo, il Suspension Bridge, lungo ponte sospeso dovuto al progetto del geniale ingegnere Isambard Brunel, lungo 450 metri che cavalca le gole del fiume Avon .
Brunel è anche il progettista della nave Great Britain che dopo varie vicissitudini, è in rada ed è diventata un museo.
Nella parte più nuova della città, collegata alla vecchia attraverso il Pero’s Bridge, pedonale, si trova la Millennium Square, sede di musei interattivi dedicati alle scienze.
Una curiosità: in centro si trova il Llandoger Trow,  pub del 1664, dove Daniel De Foe incontrò Alexander Selkirk che gli ispirò il romanzo Robinson Crusoe.

CIMG2657CIMG2661CIMG2675
Liverpool, oltre ai già citati Docks, ha bei palazzi primi ‘900 in mattoni rossi, belle gallerie d’arte e una cattedrale neogotica dalle belle volte a ventaglio, talmente grande da essere tra le piu’ vaste al mondo.
Manchèster, con l’accento sulla prima e, come ci tengono a pronunciare i suoi abitanti, non ha porto e, a parte alcuni palazzi in mattoni rossi, non sembra avere altre particolari qualità.
Eppure non è più la cittadina operaia buia e triste della  rivoluzione industriale, ma una fiorente città con un Museo della scienza ed industria, ospitato in un’antica stazione, veramente notevole e un’altrettanto bella Art Gallery, con opere di autori importantissimi, molti preraffaelliti, fiamminghi ed impressionisti.
Da non dimenticare la preziosa Rylands Library del 1890, biblioteca universitaria, con tremila volumi, incunaboli e diciassettemila codici manoscritti.
Liverpool e Manchester hanno in comune un’antica tradizione calcistica, databile agli anni 80/90 del 1800.
Città ricche di storia, dunque, da non trascurare assolutamente.

CIMG2918CIMG2880CIMG2781

Liverpool=Beatles

CIMG2640CIMG2514  CIMG2527
Liverpool è una bella città che è risorta dopo i danni della seconda guerra mondiale e recentemente ha saputo riqualificare alcune zone della città un po’ degradate, come ad esempio i docks, che in tutte le città portuali stanno rinascendo e, abbandonando il loro primario uso di magazzini, danno vita a nuove zone di aggregazione.
Ma non si può nominare Liverpool senza pensare ai Beatles.
In effetti la città vive molto di questo ricordo vivissimo, come se non fosse passato piu’ di mezzo secolo, infatti, le prime esibizioni dei Fab4, ancora da solisti adolescenti risalgono al 1956, quando un giovanissimo Lennon si esibiva in una band suonando ad una festa scolastica.
In città è possibile ripercorrere (noi lo abbiamo fatto) alcuni dei luoghi diventati famosi nelle loro canzoni.
Cosi, in Penny Lane, si ritrova il negozio di barbiere di Tony Slevin, la casa di John, non lontano un cancello rosso indica l’ ingresso di Strawberry Field, il giardino di una casa per giovani donne in difficoltà…
In centro, basta percorrere Mathew street per incontrare il Cavern, il mitico locale, poco piu’ di una cantina, dove i Beatles, finalmente gruppo, suonavano prima di diventare famosi, con un contratto che li obbligava a tenere concerti anche per otto ore filate.
Fuori dal locale, appoggiato al muro, un John di bronzo sorride ai passanti
E ancora statue che li raffigurano, un po’ ovunque, ed una statua di Eleanor Rigby, seduta su una panchina. Per chi fosse curioso di approfondire la conoscenza del mondo dei Beatles, in Albert dock, c’è una sorta di museo, il Beatles story, interessante percorso storico del gruppo che ha cambiato la scena della musica mondiale, con foto, filmati e ricostruzioni dei luoghi e degli eventi più importanti.

CIMG2592CIMG2590CIMG2593

Pranzare in cattedrale

CIMG1516CIMG2455

Molte cose ci differenziano dagli inglesi ma una su tutte mi è parsa stravagante: le cattedrali, tutte quelle che ho incontrato in questo viaggio, hanno  un bookshop ricco di gadget, un coffee shop ed un ristorante a volte situato nel vecchio refettorio.
Tutto è gestito con grande sobrietà ed eleganza, a volte con l’accompagnamento di un pianoforte o di un concerto d’organo.
Il cibo è buono e fresco, cucinato da cuochi professionisti e, come nel caso di Chester, da un cuoco italiano. Dopo il primo stupore abbiamo voluto provare e devo dire che pranzare in un luogo quieto come quello, lontano dalla folla che sgomita nei pub per un fish and chips è da considerarsi un vero privilegio.

La voce dei mari del Nord

CIMG2710CIMG1335CIMG2172

La costante di questo viaggio è il garrire dei gabbiani.
Ci accompagna tutto il giorno anche nel centro delle città che visitiamo.
Questi gabbiani sono enormi, non ne ho mai visti di così grandi e se ne stanno tranquilli per i fatti loro senza disturbare i passanti e nemmeno disturbati da loro.
Bellissimi, bianchi, con le ali grigio perla si alzano in volo verso il mare in cerca di cibo per poi ritornare a posarsi sulle torri dei castelli o sulla testa di qualche prode immortalato in statue di bronzo.
I gabbiani sono una costante nei mari del nord e il loro verso è la colonna sonora di questi paesaggi a volte molto selvaggi.
In questo momento sto scrivendo appoggiata al tavolino che è sistemato nel bowindow della mia camera di un hotel vittoriano nel centro di Llandudno, nel Galles del nord, e da questo vedo il mare, i gabbiani vanno e vengono facendo lunghi cerchi intorno all’obelisco che c’è nella piazza e io li vedo in controluce perché il sole mi sorge davanti illuminando il mare.
Una piacevole compagnia…

Becoming Jane

CIMG1557 CIMG1522

Non voglio parlarvi del film con Anne Hathaway, ma della mia visita a Bath, celebre cittadina della ancora più celebre Jane Austen.
A Bath tutto parla di Jane e dei suoi famosi romanzi e passeggiando per le vie ci sentiamo un po’ tutte come le sue eroine.
Il centro storico con le belle case georgiane nella pietra giallastra locale è rimasto pressoché lo stesso e percorrendo il Circus o il Paragon ti aspetteresti di veder sbucare Elizabeth Bennet da una delle porticine dipinte.
È però nel Crescent che si raggiunge la massima espressione dell’architettura georgiana, un semicerchio di case abbraccia un prato digradante di quell’erba soffice e verdissima che si trova solo in Inghilterra per finire in un bosco di grandi alberi.
Al numero uno del Crescent è stata allestita e adibita a museo una casa con gli arredi d’epoca in modo da riprodurre lo stile di vita dei ricchi inglesi che ogni anno venivano a Bath per “passare le acque” e fare vita di società.
Le terme romane, che hanno una fonte di acqua termale ancora oggi attiva, erano il fulcro della vita mondana, e le famose Pump Rooms, poste al piano superiore, utilizzate per balli o anche solo per vedere e farsi vedere.
Altro punto di ritrovo erano le Assembly Rooms che ospitano ora il museo del costume e della moda più ricco al mondo.
Numerosi gli abiti dal ‘700 ai giorni nostri .
E poi la cattedrale gotica, con le volte a ventaglio, dalle cui belle vetrate policrome entra moltissima luce.
E fiori, fiori, fiori dappertutto, raccolti in grandi cascate colorate che si sporgono dalle finestre, dai balconcini oppure nelle belle fioriere sparse ovunque e nelle aiuole delle piazze.
Una sensazione di bello accoglie il visitatore e non lo abbandona mai.
Mia cara Jane, per un giorno sono diventata te…

CIMG1525CIMG1529

 

I siti Unesco, patrimonio di tutti

Oggi ho avuto una piccola diatriba sulla pagina facebook di un tour operator con cui collaboro, in merito ai siti Unesco.
Il signore sosteneva che in Italia ogni singolo buco (sic!) è designato come Patrimonio dell’Umanità e che in fondo era migliore la Spagna, sua nazione di provenienza.
La convenzione dice che: ” Le caratteristiche più significative della Convenzione per il patrimonio mondiale del 1972 riguardano la capacità di unire in un singolo documento i concetti di conservazione naturale e la preservazione delle opere culturali.
La Convenzione riconosce i modi in cui l’uomo interagisce con la natura, ed il fondamentale bisogno di preservare l’equilibrio fra i due.”
Evidentemente, ho risposto al signore, l’Italia rispondeva a tutti questi requisiti, senza nulla togliere alle altre nazioni.
Io penso che l’Italia non abbia nè meriti nè demeriti in tutto questo, ma solo la fortuna di avere millenni di storia alle spalle, con un patrimonio culturale invidiabile, ma che è patrimonio da condividere con tutti quelli che lo desiderano.
In fondo, gli ho risposto, non è una gara…..

Il Galles ci aspetta

20140811_120851

È quasi tutto pronto, la partenza imminente.
Ho prenotato le sterline che mi daranno domani, mi manca di fare il checkin online e preparare le valigie. Valigia ” da pioggia”, il Galles ci attende.
In verità sarà un giro più ampio, che toccherà anche città grandi come Bristol, Liverpool e Manchester. Come ogni anno il nostro mese di Agosto è destinato al Nord Europa, che ha grandi tesori, artistici e paesaggistici, da mostrare.
Ieri sera piccolo briefing con i nostri compagni di viaggio, che si affidano completamente a me per l’organizzazione e si fidano del fatto che sarà un viaggio interessante, ma anche divertente, in fondo è una vacanza e non un viaggio di lavoro.
Siamo tutti curiosi di vedere questo paese, Irlanda e Scozia ci erano piaciuti molto e ci aspettiamo che non sia molto diverso.
Ancora tre giorni….

Un diamante è per sempre

diamanti bianchi

Un diamante è per sempre. Mai pubblicità fu più veritiera, infatti il diamante, che deve il suo nome alla parola greca Adamas, invincibile, indomabile, è la pietra più resistente che ci sia. La sua durezza, 10 della scala Mohs, cioè il massimo, lo rende praticamente inattaccabile.
Il diamante non è altro che carbonio puro che si è cristallizzato in profondità (km 150/200) a causa della forte pressione e della temperatura molto elevata (1700° circa), in genere nei crateri vulcanici per arrivare in superficie attraverso eruzioni e depositi alluvionali.
Nominato in alcuni documenti sanscriti già nel IV secolo a.C., non se ne conosce però con esattezza la scoperta; è citato anche nella Bibbia con il nome di Yahalom e da Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale.
Il commercio dei diamanti rimase prerogativa dei popoli orientali fino all’arrivo dei primi europei in India, per primo Marco Polo ebbe notizie della città di Hormuz, in Persia, che smistava nei paesi mediorientali tutto il materiale estratto in India. Da Aleppo a Venezia il passo fu breve e poiché Venezia commerciava con Bruges i diamanti arrivarono fino a li, dove si attivò una fiorente attività per il taglio di questa pietra. Successivamente questa attività si trasferì ad Anversa e poi ad Amsterdam e divenne popolare soprattutto tra gli ebrei. Nel ‘700 si scoprirono giacimenti anche in Brasile, nell’800 in Sudafrica ed ultimamente anche in Russia, dando impulsi differenti al commercio, mentre l’attività della lavorazione è rimasta quasi inalterata, dominio dei tagliatori ebrei, che si concentrano soprattutto ad Anversa e a Tel Aviv.
Anticamente gli venivano preferite le pietre di colore perché esteticamente più appariscenti e in quanto il taglio vecchio, eseguito solo lungo le linee di frattura del cristallo, non ne metteva in risalto tutta la bellezza. Agli inizi del ‘900 vennero studiati dei tagli che la resero la più desiderata delle pietre.
Il diamante viene classificato in base a quattro parametri dette 4C: colore, purezza (clarity), taglio (cut) e caratura. Più sarà bianco, assente da inclusioni, con buon taglio e di grossa caratura e più sarà prezioso e quindi costoso.
Esistono anche colori naturali diversi dal bianco come rosso, giallo, rosa , verde e blu, molto rari e quindi molto preziosi.
Non tutti i diamanti che si estraggono sono utilizzabili in gioielleria, i meno pregiati sono impiegati a scopo industriale .

Marylin, diamont

La deliziosa Marilyn, nel divertente film “Gli uomini preferiscono le bionde” canta: ”i diamanti sono i migliori amici delle ragazze”. Come darle torto? Il diamante è la pietra che ha maggiore successo di vendita perché è simbolico, prezioso e sta bene con tutto.
Anche chi non possiede gioielli importanti o non ha particolari occasioni per esibire quelli più impegnativi, potrà indossare con disinvoltura, durante tutto l’arco del giorno, piccoli orecchini a lobo, l’anello di fidanzamento o una fedina di diamanti, anche in abbinamento a pietre di colore o semipreziose.
Spesso si fa confusione tra diamante e brillante: diamante è la pietra indipendentemente dal taglio e brillante è il taglio rotondo con 57 faccette.
Ricordate che i diamanti possono essere considerati un investimento solo a lunghissimo termine, se di grossa caratura, almeno dal carato in su, e certificati. Sicuramente rappresentano un bene rifugio abbastanza ben riconvertibile in denaro.
Data la sua preziosità e il significato che ha assunto nel tempo, numerosi sono stati i tentativi di imitazione e di riproduzione in laboratorio, con risultati esteticamente apprezzabili, senza mai arrivare però alla bellezza della pietra naturale.
A mio parere, meglio preferire una pietra piccola naturale che una grossa ma di imitazione.

diamanti colorati

Immagini tratte da Google

I sogni son desideri, L’Arena va in Oman

opera house muscat

Royal Opera House Muscat

Vi voglio presentare un articolo scritto da me e pubblicato su un altro blog in primavera.

Oggi ho accompagnato mia cognata Daniela all’aeroporto, partiva per l’Oman, ma non andava in vacanza, andava a lavorare. Daniela è una violinista dell’orchestra dell’Arena di Verona.
Nel tragitto mi ha raccontato di questo paese, dove era già stata nel 2011, come sia incantevole, con un mare splendido e un altrettanto splendido interno fatto di vallate verdeggianti, gli uidian, dove scorre l’acqua che alimenta le oasi e coste dove in alcuni mesi si può assistere alla schiusa delle uova di tartaruga con la corsa dei piccoli verso il mare.
Un paese di fede musulmana non integralista, dove le donne non vestono di nero pur portando il velo, hanno diritto di voto ed occupano un posto nella società. Un paese abituato al turismo perché è sulla rotta delle navi da crociera che navigano nel Golfo Persico, dove il turista è il benvenuto e gira liberamente in sicurezza, cui è richiesto solo un abbigliamento non troppo succinto con spalle e ginocchia coperte .
Il paese è governato dal sultano Qaboos Bin Said, settantaquattrenne, che ha studiato a Londra e che ha deciso di realizzare un suo sogno: regalare al suo paese un grande teatro dove rappresentare spettacoli provenienti da tutto il mondo e istituire un’orchestra di giovani omaniti, maschi e femmine, che condividono la sua stessa passione per la musica.
Così, nell’ottobre del 2011, vede la luce, a Muscat, la capitale, il primo teatro d’opera del Golfo Persico, il ROHM, Royal Opera House Muscat.
Il teatro è bellissimo, terminato appena in tempo per l’inaugurazione che il Sultano desidera essere fatta con l’orchestra dell’Arena. L’opera rappresentata per l’occasione è Turandot di Giacomo Puccini, regia di Franco Zeffirelli e, alla direzione dell’orchestra dell’Arena , Placido Domingo. Forse non si può desiderare di più.
La sera dell’inaugurazione c’erano invitati provenienti da tutti i paesi del Golfo che gremivano il teatro.
Il colpo d’occhio era stupefacente, gran parte del teatro era occupata da inglesi che in Oman formano una comunità molto numerosa, il resto era costituito da arabi elegantissimi nei loro tradizionali abiti bianchi con le mogli, alcune con abiti variopinti e perfino un ambasciatore giapponese, la cui moglie indossava il tradizionale kimono.
Immagino l’emozione del sultano, dei suoi ospiti e dei musicisti quando, insieme alla Fanfara Reale venne eseguito l’inno nazionale omanita. Fu pura magia.
Da allora il ROHM, che ha per direttrice una signora omanita e maestranze inglesi, non ha mai smesso di programmare spettacoli di ogni genere, dal balletto classico a quello folcloristico, dall’opera al concerto jazz, ospitando artisti da ogni parte del mondo, in una visione ampia dell’arte musicale.
Ora l’orchestra dell’Arena ritorna nel teatro che l’ha già ospitata, per rappresentare un’opera inconsueta. “Capuleti e Montecchi” di Vincenzo Bellini. I tecnici ed il regista sono già sul posto per allestire il teatro e le scenografie, adattando il testo alle esigenze della religione musulmana, infatti un personaggio maschile, nel testo originale, è interpretato da una donna , cosa non concessa dalla religione. I musicisti arriveranno domani e, dopo alcuni giorni di prove, debutteranno il giorno 19, con repliche il giorno 20 e 21.
Forse non si ripeterà più la grande magia, in fondo non è più la prima volta, ma di sicuro l’amore del sultano per la sua creatura e la bravura dell’orchestra creeranno qualcosa di speciale e di unico.
Buon viaggio Daniela e buon lavoro.