Le perle

 

elisabetta I

Ricco simbolismo in questo quadro. Elisabetta indossa vesti molto ricche e raffinate e numerosi fili di perle che rappresentano purezza e verginità, a esprimere l’iconografia della Regina Vergine.
Elisabetta, e sua madre Anna Bolena prima di lei, era molto amante delle perle e pare che anche l’ultimo regalo del suo amato Dudley fosse un gioiello di perle.
I numerosi fili di collane indossati sono tutti di perle calibrate , cioè tutte dello stesso diametro e forma, fanno presumere un grande valore, in considerazione del fatto che fino al XIX secolo le perle presenti sul mercato erano esclusivamente naturali.
Provenienti dal Medio Oriente, Golfo Persico, India, Mar Rosso, venivano pescate immergendosi, in apnea, fino al fondale per raccogliere le ostriche che successivamente venivano aperte per cercare la perla.
Se pensiamo che non si può sapere in anticipo se l’ostrica conterrà una perla e di che dimensioni, una così grande quantità di perle calibrate avrà significato anche un gran numero di “scarti”.
Conosciute in Oriente fino dall’antichità, le perle sono arrivate in Occidente probabilmente portate da Pompeo dopo la vittoria su Mitridate, re del Ponto (63 a.C.) e ben presto utilizzate come merce di scambio. Gli indiani avevano ben capito quanto i romani fossero avidi di queste gemme e ne alzarono, astutamente, molto il valore.
Come già accennato, fino alla fine del XIX secolo le perle erano esclusivamente naturali, anche se, fino dal ‘700, si utilizzavano perle sintetiche: sferette rivestite da scaglie di pesce, dette perle francesi.
Dobbiamo al giapponese Mikimoto la grande intuizione della perla coltivata, anche se già Linneo aveva tentato qualche esperimento, che riproduce il processo naturale di deposizione di carbonato di calcio e conchiolina, a formare la perla, abbassando notevolmente i costi.
La formazione della perla all’interno dell’ostrica è sempre dovuta ad un corpo estraneo che va ad interferire con la vita del mollusco, l’unica differenza consiste nel fatto che nella perla naturale il processo è casuale e in quella coltivata è causata dall’inserimento, da parte dell’uomo, di piccole sfere di madreperla su cui si depositerà il materiale calcareo.
In questi anni ho notato che è grandissima la confusione, in parte dovuta alla cattiva informazione e in parte alla poca buona fede di alcuni commercianti, in merito alle perle. A volte, mostrando perle di acqua dolce , mi sento dire “preferisco quelle vere“. Vorrei fare un po’ di chiarezza.
Le perle coltivate provengono dal Giappone e dalla Cina, che è diventata in breve tempo il maggior produttore, con risultati molto soddisfacenti.
Le perle giapponesi, Akoya, sono quelle coltivate con il metodo di Mikimoto, in parte ancora segreto. La loro coltura avviene in acqua di mare, contengono un nucleo di madreperla e, a seconda degli strati di deposizione, hanno più o meno valore.
Le perle cinesi, freshwater, meglio conosciute come perle di fiume, sono coltivate in acqua dolce, nei fiumi ma anche nei laghi. Possono avere nucleo oppure no.
Ci sono poi le perle South Sea, marine, con provenienza Australia e Tahiti, di grossissimo calibro.
Perle naturali si trovano anche nei fiumi nostrani e in Europa, ma non si è mai avviata nessuna coltivazione. Una bellissima collana di perle della Baviera è conservata al Museo della Residenz a Monaco di Baviera.
Tutte sono perle vere, perché ottenute solamente con sostanze naturali anche se forzate dall’uomo.
Sono false quelle di Majorica, quelle di vasca, di Parigi, ecc.
Altro criterio di classificazione è la forma.
Perle a goccia, come quelle indossate da Elisabetta nel quadro come ornamento per i capelli, usate spesso per farne ciondoli od orecchini.
Perle barocche dalle forme bizzarre usate molto nella gioielleria dell’epoca barocca, da cui il nome, per dare vita a ciondoli di pregevolissima fattura unite all’oro, agli smalti e alle pietre preziose, in cui la perla rappresenta spesso il corpo di animali o figure antropomorfe.
E poi perle a chicco di riso, a bottone, blister, keshi …

gioiello canning
Gioiello Canning

I costi? Da qualche decina di euro a filo (cm 40) per le perle cinesi meno pregiate alle decine di migliaia per le australiane. Comprate da chi vi da fiducia e risponde sempre dell’oggetto venduto anche a distanza di tempo. Sulla spiaggia e sui mercatini si trovano spesso indiani che vi propongono perle e pietre: comportatevi con saggezza, cercando di spendere cifre contenute, limiterete così i danni in caso di merce non proprio di qualità.
Come dobbiamo conservare le nostre perle? Indossatele spesso, perché così allungherete loro la vita, tenendole pulite e cambiando il filo almeno una volta all’anno, non mettetele a contatto con creme e profumi. Io le pulisco lavandole delicatamente, ogni tanto, con i saponi liquidi per il cachemire lasciando asciugare il filo prima di indossarle. Conservatele sempre in un sacchetto di velluto e comunque lontano dai gioielli metallici in oro e argento, che facilmente possono scalfirle.
Quando e come? Sempre, privilegiando le perle tonde giapponesi o le enormi australiane, magari in un filo scalato, per le occasioni speciali e abbigliamento elegante. In tutte le altre occasioni vi consiglio di usare un filo, magari lungo (almeno 80 cm) di perle scaramazze, divertenti ed economiche, molto resistenti .
Come abbinarle? Un po’ in disuso la parure (collana, anello, bracciale, orecchini) è, invece, molto elegante abbinare due pezzi: la collana con orecchini o bracciale e il bracciale con l’anello. Personalmente trovo la combinazione collana e orecchini quasi obbligatoria, cercando di abbinare anche la forma e la dimensione per un effetto estetico molto raffinato. La collana a piccole perle rotonde è bella da abbinare a boccoline ai lobi; la collana di dimensioni maggiori sta bene con le perle più grosse, anche a goccia. Con le perle scaramazze sicuramente un orecchino pendente che riprenda la forma ed il colore della collana.
Regalarle? Bella tradizione il filo che la madre regala alla figlia diciottenne, ma, in altre occasioni, fate attenzione a chi le regalate perché i superstiziosi dicono che portano lacrime.

Il Memorial di Enrico Mattei

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A volte capita che, se non abbiamo organizzato nulla per il weekend, prendiamo la moto e girelliamo per la campagna lombarda, a caccia di foto.
In uno di questi giri siamo capitati, assolutamente per caso, a Bascapè, in provincia di Pavia, piccolo paese in mezzo ai campi, senza nessuna particolarità apparente.
In fondo ad una stradina, nascosto tra le foglie, un cartello marrone, quindi turistico, ha attirato la nostra attenzione: Memorial Enrico Mattei.
Incuriositi abbiamo percorso la stradina sterrata in mezzo ai campi e, dopo un paio di chilometri, abbiamo trovato una folta siepe che circondava quello che pareva essere un giardino, chiuso da un basso cancello bianco con un lucchettone verde ad impedire l’accesso.
Siamo entrati da un pertugio e abbiamo scattato qualche foto a questo strano posto semiabbandonato con erbacce alte e fiorellini di campo

 

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Arrivati a casa non ho potuto fare a meno di fare una ricerca ed ho scoperto che quello è il luogo esatto dove è caduto l’aereo su cui viaggiava Enrico Mattei il 27 ottobre 1962.
Il paesaggista è Pietro Porcinai (1910-1986), il più grande progettista di parchi e giardini del ‘900, con più di 1100 progetti in Italia e in giro per il mondo.
Il luogo è semplice, solo un campo lievemente ribassato, una lapide in marmo sotto a due alberi, ed un ingranaggio.
Unica particolarità sta nel filare degli alberi di schermatura, che sono costituiti da una conifera , la Taxodium distichum, che si colora di rosso nel periodo che corrisponde alla data dell’incidente.
Un luogo da rispettare ed anche da visitare, dunque, peccato che il cancello fosse chiuso e le erbacce alte facessero ben comprendere che nessuno se ne cura…

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I Musei Civici di Monza

Dopo un periodo di chiusura lungo più di trent’anni, da fine giugno hanno riaperto, presso la Casa degli Umiliati di via Teodolinda, i Musei Civici di Monza.
La collezione della città lombarda vanta più di 1500 pezzi vari tra dipinti, sculture, ceramiche, reperti archeologici etc e un repertorio di circa 13000 stampe.

Giuseppe Amisani, "Signora in grigio", 1922

Giuseppe Amisani, “Signora in grigio”, 1922

L’attuale allestimento, sui due piani dell’antico palazzo tardo medievale, ripercorre in ordine cronologico e tematico la storia della città mettendo in luce alcuni dei suoi più importanti collezionisti e artisti, tra cui un ruolo di spicco gioca il pittore Mosè Bianchi: il suo cartone preparatorio per l’affresco della Saletta Reale della Stazione ferroviaria di Monza è il pezzo più notevole della raccolta, recentemente restaurato, finalmente trova spazio per essere esposto al pubblico, anche se purtroppo in un luogo di passaggio che non lo valorizza al massimo.
Il simbolo del museo è un delicato ritratto di signora attribuito a Francesco Hayez, eseguito probabilmente tra il 1825 e il 1835 che si ritiene possa rappresentare la sua amata Carolina Zucchi.
Ottocento e prima metà del Novecento sono i protagonisti dell’esposizione e una memoria storica viene anche data all’esperienza dell’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche), scuola di arti decorative che aveva sede presso la Villa Reale e che vedeva tra i suoi docenti grandi maestri come Marino Marini e Arturo Martini, a loro volta esposti; presso la Villa si tennero inoltre, a partire dal 1923, le esposizioni Biennali, poi divenute Triennali nel 1930 e in seguito trasferite a Milano a partire dalla V edizione presso la nuova sede del Palazzo dell’Arte del parco Sempione. Alcune ceramiche presentate durante la IV Triennale sono esposte a titolo d’esempio nella sala del Novecento.
Godibile e malinconica l’ultima parte dell’esposizione, dove si possono ammirare alcune vedute di Monza antica, a mostrare i cambiamenti avvenuti sul tessuto urbano nel corso dei secoli e a rivelare alcuni angoli e monumenti oggi scomparsi.

Angelo Inganni, "Veduta della Contrada Nuova in Monza", 1850

Angelo Inganni, “Veduta della Contrada Nuova in Monza”, 1850

Per maggiori informazioni sulle visite ai Musei Civici, potete consultare il sito http://www.museicivicimonza.it/

Bimbi in viaggio

Mi attirerò l’ira di molti, ma io ho le mie idee sui bimbi in viaggio che spesso sono vittime dell’egoismo dei loro genitori.
Perché costringerli a weekend massacranti, con spostamenti continui se, magari, soffrono la macchina? L’alibi, di solito, è che cambiano aria visto che vivono in città caotiche e inquinate.
Forse è sufficiente portarli al parco a giocare a palla, dico io…
Ma quello che mi irrita di più, sono i viaggi in aereo.
Si sa che i bimbi sotto ai due anni non pagano il posto se non lo occupano e questo scatena il genitore. Allora si parte, facendo un sacco di ore di volo senza considerare tutto il disagio.
Il bambino è costretto a stare legato con una cintura che lo assicura a quella del genitore, limitandogli quella libertà che, per lui, è fondamentale.
Allora sono urli e strilli!
Appena si spegne la lucina delle cinture che indica che si possono slacciare, il genitore premuroso comincia a percorrere il corridoio con il bimbo che, finalmente libero, pensa di essere al parco (ma si sa, lui è piccolo e ha bisogno di correre), intralciando chi vuole recarsi alla toilette o le hostess col carrellino.
Ce ne fosse uno solo potremmo tollerarlo, ma in genere sono un certo numero.
Poi c’è il problema di scaldare il biberon e allora le mamme cominciano il pellegrinaggio alla cucinetta per farselo riscaldare.
Poi  ancora il bimbo dovrà dormire, ma dato che il posto al seggiolino è scarso la mamma si recherà col bimbo, che di dormire non ha affatto voglia, davanti alla porta di uscita perché c’è più spazio…non una mamma ma due o tre…
Ora, io spesso cerco di prendere il posto davanti, anche pagandolo di piu per avere tranquillità,  mi trovo in una specie di nursery caotica e noiosa.
Mi chiedo se sia proprio necessario andare in Messico o a Cuba se il bimbo ha poco più di un anno.
Non si può optare per soluzioni alternative?
Magari un viaggio in auto non troppo lungo?
Messico e Cuba saranno li anche l’anno venturo…

Bristol, Liverpool, Manchester

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Queste tre città, che ho incluso nel mio tour, sono le classiche città di cui, di solito, si dice non ci sia nulla da vedere.
Ovviamente non è vero.
Bristol e Liverpool vantano un passato di grandi città portuali, attività non  più attuale.
Queste due città hanno saputo ripartire, dopo gli ingenti danni della seconda guerra mondiale, come grande polo universitario e città industriale attiva nelle nuove tecnologie la prima, e polo culturale la seconda, con la ristrutturazione dei Docks, sede di musei e gallerie importanti come la Tate Modern ed il Museo Marittimo, tanto da aggiudicarsi l’iscrizione ai siti Unesco nel 2004 e il titolo di città della cultura del 2008.
Bristol ha anche un grazioso centro storico con edifici georgiani, una cattedrale gotica e, di grandissimo impatto visivo, il Suspension Bridge, lungo ponte sospeso dovuto al progetto del geniale ingegnere Isambard Brunel, lungo 450 metri che cavalca le gole del fiume Avon .
Brunel è anche il progettista della nave Great Britain che dopo varie vicissitudini, è in rada ed è diventata un museo.
Nella parte più nuova della città, collegata alla vecchia attraverso il Pero’s Bridge, pedonale, si trova la Millennium Square, sede di musei interattivi dedicati alle scienze.
Una curiosità: in centro si trova il Llandoger Trow,  pub del 1664, dove Daniel De Foe incontrò Alexander Selkirk che gli ispirò il romanzo Robinson Crusoe.

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Liverpool, oltre ai già citati Docks, ha bei palazzi primi ‘900 in mattoni rossi, belle gallerie d’arte e una cattedrale neogotica dalle belle volte a ventaglio, talmente grande da essere tra le piu’ vaste al mondo.
Manchèster, con l’accento sulla prima e, come ci tengono a pronunciare i suoi abitanti, non ha porto e, a parte alcuni palazzi in mattoni rossi, non sembra avere altre particolari qualità.
Eppure non è più la cittadina operaia buia e triste della  rivoluzione industriale, ma una fiorente città con un Museo della scienza ed industria, ospitato in un’antica stazione, veramente notevole e un’altrettanto bella Art Gallery, con opere di autori importantissimi, molti preraffaelliti, fiamminghi ed impressionisti.
Da non dimenticare la preziosa Rylands Library del 1890, biblioteca universitaria, con tremila volumi, incunaboli e diciassettemila codici manoscritti.
Liverpool e Manchester hanno in comune un’antica tradizione calcistica, databile agli anni 80/90 del 1800.
Città ricche di storia, dunque, da non trascurare assolutamente.

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Liverpool=Beatles

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Liverpool è una bella città che è risorta dopo i danni della seconda guerra mondiale e recentemente ha saputo riqualificare alcune zone della città un po’ degradate, come ad esempio i docks, che in tutte le città portuali stanno rinascendo e, abbandonando il loro primario uso di magazzini, danno vita a nuove zone di aggregazione.
Ma non si può nominare Liverpool senza pensare ai Beatles.
In effetti la città vive molto di questo ricordo vivissimo, come se non fosse passato piu’ di mezzo secolo, infatti, le prime esibizioni dei Fab4, ancora da solisti adolescenti risalgono al 1956, quando un giovanissimo Lennon si esibiva in una band suonando ad una festa scolastica.
In città è possibile ripercorrere (noi lo abbiamo fatto) alcuni dei luoghi diventati famosi nelle loro canzoni.
Cosi, in Penny Lane, si ritrova il negozio di barbiere di Tony Slevin, la casa di John, non lontano un cancello rosso indica l’ ingresso di Strawberry Field, il giardino di una casa per giovani donne in difficoltà…
In centro, basta percorrere Mathew street per incontrare il Cavern, il mitico locale, poco piu’ di una cantina, dove i Beatles, finalmente gruppo, suonavano prima di diventare famosi, con un contratto che li obbligava a tenere concerti anche per otto ore filate.
Fuori dal locale, appoggiato al muro, un John di bronzo sorride ai passanti
E ancora statue che li raffigurano, un po’ ovunque, ed una statua di Eleanor Rigby, seduta su una panchina. Per chi fosse curioso di approfondire la conoscenza del mondo dei Beatles, in Albert dock, c’è una sorta di museo, il Beatles story, interessante percorso storico del gruppo che ha cambiato la scena della musica mondiale, con foto, filmati e ricostruzioni dei luoghi e degli eventi più importanti.

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Pranzare in cattedrale

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Molte cose ci differenziano dagli inglesi ma una su tutte mi è parsa stravagante: le cattedrali, tutte quelle che ho incontrato in questo viaggio, hanno  un bookshop ricco di gadget, un coffee shop ed un ristorante a volte situato nel vecchio refettorio.
Tutto è gestito con grande sobrietà ed eleganza, a volte con l’accompagnamento di un pianoforte o di un concerto d’organo.
Il cibo è buono e fresco, cucinato da cuochi professionisti e, come nel caso di Chester, da un cuoco italiano. Dopo il primo stupore abbiamo voluto provare e devo dire che pranzare in un luogo quieto come quello, lontano dalla folla che sgomita nei pub per un fish and chips è da considerarsi un vero privilegio.

La voce dei mari del Nord

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La costante di questo viaggio è il garrire dei gabbiani.
Ci accompagna tutto il giorno anche nel centro delle città che visitiamo.
Questi gabbiani sono enormi, non ne ho mai visti di così grandi e se ne stanno tranquilli per i fatti loro senza disturbare i passanti e nemmeno disturbati da loro.
Bellissimi, bianchi, con le ali grigio perla si alzano in volo verso il mare in cerca di cibo per poi ritornare a posarsi sulle torri dei castelli o sulla testa di qualche prode immortalato in statue di bronzo.
I gabbiani sono una costante nei mari del nord e il loro verso è la colonna sonora di questi paesaggi a volte molto selvaggi.
In questo momento sto scrivendo appoggiata al tavolino che è sistemato nel bowindow della mia camera di un hotel vittoriano nel centro di Llandudno, nel Galles del nord, e da questo vedo il mare, i gabbiani vanno e vengono facendo lunghi cerchi intorno all’obelisco che c’è nella piazza e io li vedo in controluce perché il sole mi sorge davanti illuminando il mare.
Una piacevole compagnia…

Becoming Jane

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Non voglio parlarvi del film con Anne Hathaway, ma della mia visita a Bath, celebre cittadina della ancora più celebre Jane Austen.
A Bath tutto parla di Jane e dei suoi famosi romanzi e passeggiando per le vie ci sentiamo un po’ tutte come le sue eroine.
Il centro storico con le belle case georgiane nella pietra giallastra locale è rimasto pressoché lo stesso e percorrendo il Circus o il Paragon ti aspetteresti di veder sbucare Elizabeth Bennet da una delle porticine dipinte.
È però nel Crescent che si raggiunge la massima espressione dell’architettura georgiana, un semicerchio di case abbraccia un prato digradante di quell’erba soffice e verdissima che si trova solo in Inghilterra per finire in un bosco di grandi alberi.
Al numero uno del Crescent è stata allestita e adibita a museo una casa con gli arredi d’epoca in modo da riprodurre lo stile di vita dei ricchi inglesi che ogni anno venivano a Bath per “passare le acque” e fare vita di società.
Le terme romane, che hanno una fonte di acqua termale ancora oggi attiva, erano il fulcro della vita mondana, e le famose Pump Rooms, poste al piano superiore, utilizzate per balli o anche solo per vedere e farsi vedere.
Altro punto di ritrovo erano le Assembly Rooms che ospitano ora il museo del costume e della moda più ricco al mondo.
Numerosi gli abiti dal ‘700 ai giorni nostri .
E poi la cattedrale gotica, con le volte a ventaglio, dalle cui belle vetrate policrome entra moltissima luce.
E fiori, fiori, fiori dappertutto, raccolti in grandi cascate colorate che si sporgono dalle finestre, dai balconcini oppure nelle belle fioriere sparse ovunque e nelle aiuole delle piazze.
Una sensazione di bello accoglie il visitatore e non lo abbandona mai.
Mia cara Jane, per un giorno sono diventata te…

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I siti Unesco, patrimonio di tutti

Oggi ho avuto una piccola diatriba sulla pagina facebook di un tour operator con cui collaboro, in merito ai siti Unesco.
Il signore sosteneva che in Italia ogni singolo buco (sic!) è designato come Patrimonio dell’Umanità e che in fondo era migliore la Spagna, sua nazione di provenienza.
La convenzione dice che: ” Le caratteristiche più significative della Convenzione per il patrimonio mondiale del 1972 riguardano la capacità di unire in un singolo documento i concetti di conservazione naturale e la preservazione delle opere culturali.
La Convenzione riconosce i modi in cui l’uomo interagisce con la natura, ed il fondamentale bisogno di preservare l’equilibrio fra i due.”
Evidentemente, ho risposto al signore, l’Italia rispondeva a tutti questi requisiti, senza nulla togliere alle altre nazioni.
Io penso che l’Italia non abbia nè meriti nè demeriti in tutto questo, ma solo la fortuna di avere millenni di storia alle spalle, con un patrimonio culturale invidiabile, ma che è patrimonio da condividere con tutti quelli che lo desiderano.
In fondo, gli ho risposto, non è una gara…..